I giardini dominano il sistema ambientale cittadino e garantiscono l’unità del territorio su cui la comunità vive e lavora. Essi sono stati coltivati fin dal neolitico e la continuità temporale e spaziale millenaria che li distingue li fa preziosi e gli conferisce un valore storico unico e importante. Della medesima continuità temporale e spaziale godono gli uliveti che vegetano sulla collina fin dall’età del ferro. Una mirabile storia culturale connette la comunità con i giardini, gli uliveti e i Santuari dell’acqua e aforismi antichi ancora orientano il lavoro degli ortolani e insegnano al resto dei cittadini il rispetto per gli altri, per la terra e per il cibo. Nelle feste religiose cittadine ancora i riti pagani che le completano, si interrogano sulla qualità delle annate agrarie che dovranno venire e fanno voti ai Santi e alle Madonne perché le tempeste non aggrediscano i giardini.
Sulla montagna la comunità continua a frequentare gli antichi sentieri e tratturi che gli ortolani avevano tracciato per raggiungere con i muli carichi i passi della Maddalena e andare a vendere le verdure nei mercati lucani. Una sostanziale unità connette la comunità sul piano culturale e produttivo con l’intero territorio cittadino, essa è rara, non si trova dappertutto, ed ha un valore strategico importante sul piano programmatico. Essa va preservata in modo assoluto perché può dare luce ad ogni progetto che la declini in modo innovativo e moderno.
I giardini conservano, ancora oggi, i tratti identitari, relazionali e storici che per centinaia di anni li hanno caratterizzati. Essi mostrano una identità che li rendono luoghi riconoscibili, li differenziano da ogni altro luogo della vallata e si estendono per circa mille ettari in situazione di continuità offrendo un paesaggio naturalistico “biodiverso” che non è dato ammirare altrove. Il paesaggio di anno in anno e di stagione in stagione varia, perché è coltivato dalle mani dell’uomo con le varietà di specie delle piante alimentari che con sapiente maestria gli ortolani mettono a coltura seguendo le antiche regole delle rotazioni colturali.
Il luogo dei giardini è figlio dei Santuari dell’acqua che lo delimitano e lo rendono peculiare, da una parte lo iniziano le sorgenti della Lavandaia e dall’altra parte lo finiscono le sorgenti di San Giovanni in Fonti e a distanza, pressoché simile, lo abbelliscono altri Santuari che riversano nei canali un fiume di acqua pregiata che per scorrimento naturale irriga ogni angolo dei giardini. In passato i giardini sono stati luogo di relazioni, sulla via degli orti si trovavano, molini, casieri e sorgenti con lavatoi che si vivevano come spazi di socializzazione e di scambi.
E oggi l’antica via degli orti offre passeggiate in un paesaggio mirabile e le sorgenti conservano i vecchi spazi dove poter sostare e provare a relazionarsi con un luogo fortemente identitario.
Sul versante storico i giardini conservano una parte consistente della storia della nostra comunità, essi sono la memoria del tempo trascorso e rivisitare noi stessi a partire dalle terre degli orti sicuramente migliorerebbe il nostro senso di appartenenza al luogo e aumenterebbe anche il rispetto che dobbiamo avere per le opere le arti e i mestieri di quanti ci hanno preceduti. Un luogo antropologico è per sua natura anche un luogo dell’anima perché è quel posto dove ci sentiamo a casa.
Il paesaggio dei giardini ha un valore storico e archeologico molto importante e testimonia l’abilità degli ortolani di coltivare su piccoli appezzamenti di terreno specie diverse di verdure, legumi e frutti senza impoverire la fabbrica. La consociazione delle verdure di specie diverse è una pratica antica vecchia di centinaia di anni e consente agli ortolani di risparmiare spazio, di aumentare la fertilità del terreno, di allontanare gli insetti nocivi e di avere verdure eccellenti perché le piante ne ricavano un reciproco vantaggio. Una ricca tradizione orale con detti ed aforismi ne ha trasmesso i saperi da una generazione all’altra.
Il paesaggio che ora mostrano gli orti è quello di sempre, i colori delle verdure disegnano gli spazi con perfezione geometrica cosi come comanda la tradizione.
[…] di primo mattino il giallo dei fiori di zucca si completa con i fiori bianchi dei fagiolini e al verde degli steli di cipolle si accompagna quello tenero delle foglie di insalata e dell’aglio.
I fiori bianchi delle patate ondeggiano in un mare di verde e quella tavolozza cattura l’animo. Tra i solchi di carote, dalle foglie color vinaccia, belli si alzano i sedani, il verde delle piante di peperoni e melenzane mostra i frutti verdi, rossi e viola. Cocomeri e meloni nascondono la terra e i pomodori carichi di frutti raccontano, fissati alle canne, l’abbondanza di ogni grazia di Dio. Sui pennacchi del granturco s’arrampicano i fagioli cannellini in cerca di aria, e la meraviglia si completa con i fiori seminati ai margini degli orti per rendere, in occasione di feste e novene, l’omaggio ai Santi e per onorare il riposo eterno dei trapassati. File di basilico profumano l’aria e le perseca, piegano i rami fino a toccare la terra scura.
In agosto la terra si riempie di rape e tutte le sfumature del verde dominano gli spazi e tra essi si esalta il chiaro dei finocchi e quello della scarola. Tra le file di fave e cavoli cappucci tenera cresce la lattuga e in mezzo a impalcature di pali e canne compaiono i primi piselli per la gioia dei passeri. Ogni verdura racconta la propria stagionalità ha avuto un tempo per essere seminata, uno per crescere e un altro per essere raccolta […] ( dai Giardini degli Enotri di M. Calicchio)
Gli spazi geometrici delle verdure consociate si completano con i luoghi dei Santuari dell’acqua che con i loro canali dal fondo bianco trasparente, incorniciano i giardini. Le forme e i colori del paesaggio trasmettono a chi li guarda, un senso di benessere estetico e sensoriale.
Il paesaggio dei giardini è un ecosistema complesso che si alimenta di un mosaico di ecosistemi minori che interagiscono con la comunità. Esso è un ecosistema naturalistico ben strutturato che incide in modo significativo su tutto il sistema ambientale cittadino di cui i giardini sono la parte più importante.
I giardini sono tra loro connessi magnificamente da complessi corridoi idrici di straordinario valore storico e ingegneristico che le dinastie che si sono succedute al governo della città fin dall’età antica, hanno perfezionato per avere abbondanza d’acqua con cui irrigare una miriade di orti compresi quelli più lontani dalle grandi sorgenti.
La connessione tra le particelle coltivate si impreziosisce con le macchie, siepi ripariali e diffusi luoghi umidi, alimentati dalle piccole e medie sorgenti che custodiscono e diffondono una biodiversità animale e vegetale di straordinaria importanza naturalistica. I giardini si connettono in più punti con gli uliveti, dove vegetano ulivi autoctoni centenari le cui varietà arricchiscono in modo importante tutta la biodiversità arborea coltivata. Essi, attraverso grandi corridoi ecologici che li attraversano, si connettono alle punteggiature di boschi, prati e giardini che caratterizzano i luoghi dell’alta collina.
Gli habitat della collina e della montagna che interagiscono con la rete ecologica dei giardini non evidenziano frammentazioni importanti tanto da compromettere tra di loro le connessioni rendendo difficili gli spostamenti, le riproduzioni e gli scambi genetici tra gli animali e i vegetali che popolano la rete.
Il paesaggio rurale che la rete ecologica dei giardini mostra, è un paesaggio mutante, esso si offre diverso in ogni stagione perché ogni verdura che copre la terra ha il proprio tempo, il proprio colore e sempre un nuovo luogo nell’orto. Le sue forme e i suoi colori trasmettono a quanti si fermano a guardarlo un senso di benessere estetico e sensoriale che fa stare bene.
La buona salute del reticolo ecologico promuove uno scenario ecosistemico polivalente in cui cultura umana, storia e saperi settoriali concorrono a rendere utile un territorio anche sul piano economico e produttivo.
I giardini conservano tracce importanti nel paesaggio, di tutti i popoli e le dinastie con i quali sono venuti in contatto, Enotri, Greci, Romani, Ostrogoti, Bizantini, Longobardi, Normanni, Angioini, Aragonesi e Borbonici; tutti li tennero in grande considerazione e li salvaguardarono perché da essi prendevano cibo pronto, ricavavano reddito con i fitti che riscuotevano ed erano un bene di scambio politico con gli ordini religiosi. I primi coltivatori dei giardini furono gli Enotri provenienti dall’Arcadia, regione Ellenica, che nel tardo neolitico sbarcarono sulle coste del Tirreno e si inoltrarono nell’entroterra raggiungendo i luoghi su cui, molto più tardi, nell’anno 1000, i Longobardi fondarono la città.
Qui organizzarono piccole società sedentarie e si misero a produrre verdure, legumi e ad allevare animali, ne da notizia, nella sua opera Antiquites Romanae, lo storico greco Dionigi di Alicarnasso e il museo storico archeologico cittadino da ampia testimonianza della loro organizzazione sociale e delle loro attività lavorative. Agli Enotri seguirono i greci che introdussero nella coltivazione nuove specie ortive e promossero sulla collina la coltivazione dell’ulivo ancora presente in migliaia di esemplari.
I Romani, successivamente, bonificarono nuove aree agricole che parcellizzarono in iugeri (2519 mq) ritenendo, come ci dice Plinio il Vecchio nella sua opera Naturalis Historia, che un solo iugero bastasse per produrre cibo in abbondanza per una sola famiglia e perfezionarono il sistema di irrigazione. In età tardo romana e in quella Bizantina le contrade, impreziosite dai giardini, furono intitolate ai Santi da quando l’imperatore Costantino pose fine alle persecuzioni contro i cristiani (313) e in quegli anni tutti i riti propiziatori pagani che celebravano gli ortolani in occasione delle semine, del ringraziamento per la raccolta, di richiesta di pioggia, di difesa dei giardini dalle tempeste continuarono ad essere celebrati allo stesso modo solamente cambiò il Dio destinatario a cui venivano rivolti perché una schiera di Santi e Madonne presero il posto degli dei pagani.
Le grandi sorgenti che alimentavano il reticolo dei fossati di irrigazione e di confine, divennero i Santuari dell’acqua. Successivamente Federico II di Svevia (1200), particolarmente attento alla rigenerazione dei terreni, diede vita nei giardini, attraverso l’opera dei sui funzionari, ad una moderna rete ecologica che ancora adesso tutela il territorio e ne conserva la biodiversità; principi naturalistici esposti nella sua opera “De Arte Venandi cum Avibus”.
Svevi e Normanni cominciarono a chiamare gli orti antichi degli Enotri, giardini (XII –XIII sec.)
Il paesaggio dei giardini è dovuto ad interventi di epoca remota dei funzionari imperiali e più tardi della borghesia terriera affermatasi durante il decennio napoleonico nel regno di Napoli (1806 – 1816) che modificarono in modo uniforme le aree agricole bonificate continuando a parcellizzarle in iugeri. A cavallo del ‘900 i lotti dei giardini si riducono di dimensione e ciò avviene quando le grandi famiglie aristocratiche cittadine parcellizzarono le loro proprietà e le offrono al mercato.
Negli anni sessanta si è avuta una espansione dei sistemi agricoli monocolturali che hanno determinato un aumento delle produzioni agricole dovuto anche dall’uso massiccio di fertilizzanti sintetici e di pesticidi. I quegli anni la produzione di concimi azotati è aumentata di circa dieci volte, quella di fosfati circa cinque volte e di pesticidi più di quindici volte.
Ciò ha determinato:
Nei giardini cittadini, invece, una molteplicità di condizioni per lo più legate alla estrema parcellizzazione delle proprietà, alla naturale buona resa agricola dei fondi e all’attaccamento degli ortolani alla cultura agricola della tradizione, hanno fatto si che le pratiche agricole millenarie non venissero fagocitate dal nuovo che sconvolse il comparto agricolo a metà del secolo passato. Queste condizioni hanno determinato il presidio di un’area rurale di civiltà agricola legata al paesaggio della biodiversità e ad un insieme di saperi e identità.
Nei giardini coltivati è tutt’oggi visibile l’antica maestria nel consociare le verdure, e ciò consente:
I giardini, per loro natura, si configurano come un luogo del passato dalla storia millenaria, e come uno spazio del presente sul quale l’ortolano moderno, coltiva con le pratiche agrotecniche di sempre, che sono le uniche adeguate a coltivare terreni particolari e con caratteristiche non riscontrabili nei panorama regionale e nazionale.
L’invenzione dell’aratro nel neolitico, che caratterizza la prima rivoluzione agricola, facilitò la lavorazione della terra; gli Enotri, che si erano stabiliti sui pendii delle aree collinari, non avendo areali abbastanza estesi su cui seminare frumento orzo e miglio, non ne fecero uso.
Nel resto della vallata i contadini che lavorarono la terra in modo meccanico, si trasformarono in agricoltori, gli Enotri rimasero ortolani.
I piccoli appezzamenti ortivi della dimensione di un iugero, non furono coinvolti dalle innovazioni promosse dalle altre rivoluzioni agrarie; nei giardini si continuò ad usare lo stallatico al posto dei concimi che si diffusero con la seconda rivoluzione agricola del 1600, non si fece uso dei fertilizzanti, degli erbicidi e delle sementi ibride che l’ulteriore sviluppo della chimica e della genetica agli inizi del ‘900 mise a disposizione degli imprenditori agricoli, né si sono diffuse nei giardini le tecnologie digitali sviluppatesi con la quarta rivoluzione agricola del 2000.
Le pratiche agronomiche con le quali gli ortolani coltivano i giardini contemporanei sono quelle storiche introdotte dai benedettini e dai monaci basiliani, quest’ultimi, esperti coltivatori portarono dall’oriente anche nuove sementi, nuove specie arboree e costruirono grance dove stipare sementi, grano e verdure.
I monaci ne fecero costruire una anche in città, al servizio dei giardini, che ha ripreso la sua magnificenza perché è stata ristrutturata di recente.
Oltre agli ordini monastici che ebbero in donazione dalle dinastie politiche molti orti tra il VII e l’ IX secolo, nei giardini operarono in modo importante nel XIII secolo i funzionari imperiali di Federico II e a loro si deve l’organizzazione agrotecnica in uso che consente di avere terreni che rigenerano naturalmente la loro fertilità di stagione in stagione.
Essi promossero un sistema di irrigazione, avvalendosi della rete idrica di irrigazione fatta dai romani, che teneva conto del risparmio dell’acqua introducendo il sistema arabo della pacciamatura con paglia e foglie secche.
Perfezionarono le tecniche di raccolta, conservazione e messa a coltura delle sementi e favorirono la concimazione con tecniche agrarie che tenevano conto delle fasi lunari, dei tempi di crescita delle piante e delle condizioni particolari dei terreni.
Incentivarono nei luoghi collinari la coltivazione dell’ulivo continuando l’opera che avevano iniziato i Greci ed oggi si contano migliaia di piante in vegetazione che impreziosiscono in modo mirabile il paesaggio dei giardini e rendono più stabile la rete ecologica cittadina.
La biodiversità delle piante coltivate fece un importante passo in avanti quando, sotto l’impulso della Scuola Medica Salernitana, che Federico II riconobbe ufficialmente nel 1231 con le Costituzioni Melfitane, si cominciarono a coltivare nei giardini, le erbe officinali.
Federico II promosse nei giardini, l’uso scientifico delle rotazioni colturali e le regolamentò con apposita legislazione.
Esse seguivano i modelli romani ed arabi con lo scopo di mantenere i terreni fertili, preservare le piante dalle malattie e avere abbondanti produzioni.
Le produzioni colturale divennero stagionali e non più triennali come avveniva nei campi seminati a cereali.
La superficie dei giardini veniva divisa in piccoli lotti sui quali si coltivavano, in alternanza stagionale, ortaggi, legumi ed erbe.
L’alternanza nei lotti teneva conto delle esigenze nutritive delle piante, per cui dopo la coltivazione in un lotto di ortaggi a forte consumo di nutrienti, si seminavano leguminose per rigenerare il terreno, e nei lotti si alternava anche la coltivazione di piante da radice, da foglia, e da frutto.
Oltre alle rotazioni stagionali vennero perfezionate le consociazioni delle verdure, le più praticate furono quelle di mais, fagioli e zucche, poi insalate cipolle e fave, piselli e cipolle ecc.
Tra la fine del 1800 e del ‘900 la cattedra ambulante di agraria, nelle relazioni inviate alla sede provinciale, documentò ampiamente questo modo di produrre verdure nei giardini e lo promosse nel resto della provincia.
I giardini, per loro natura, si configurano come un luogo del passato dalla storia millenaria e come uno spazio del presente sul quale l’ortolano moderno coltiva con le pratiche agronomiche di sempre, che sono le uniche adeguate a coltivare terreni particolari e con caratteristiche non riscontrabili nel panorama regionale e nazionale.
Gli ortolani non solo nominarono i luoghi degli orti con i nomi di Santi, lo stesso fecero con le grandi sorgenti che rendevano fertili i terreni e particolare il paesaggio. Le sorgenti perenni le elessero a santuari, San Giovanni, San Golfo, San Marco, sant’Agata, San Giovanni in Fonti e poi Lavandaia, Fruscio e Fontana antica. Le sorgenti minori prendevano il nome del Santo delle contrade di giardini.
I Santuari erano anche un luogo di incontro, gli ortolani presso le sorgenti si fermavano per riposare, per riempire le cuccume e per scambiare tra loro qualche considerazione sul tempo, sulla terra da preparare per le semine e sull’andamento dell’annata. Sui lavatoi di pietra scanalati delle sorgenti le donne lavavano i panni e presso i Santuari la sera si ci fermava per darsi una sciacquata prima di tornare a casa. Le acque dei santuari alimentavano le fornaci e alla pendici della Manca sono ancora visibili i resti degli opifici, inoltre le sorgenti fornivano energia alle ruote di quindici molini e se ne conserva ancora qualcuno.
La sorgente del Fruscio alimentava tre molini, Sant’Agata uno, San Golfo uno, le acque delle Taverne tre, Lavandaia tre, Fontana Antica ne alimentava tre e San Giovanni uno. La via che attraversa i giardini da una parte all’altra, si ferma e parte dai Santuari dell’acqua, ogni sorgente si offre ai viandanti, li incanta con la bellezza, gli offre ristoro e meraviglia.
Le sorgenti perenni dei luoghi dei giardini consentirono ai primi gruppi di umani di poter lavorare la terra perché il prezioso liquido la rendeva molto fertile e fornivano loro l’acqua per il fabbisogno familiare. In epoca anteriore all’anno mille, si insediarono nelle contrade degli orti, i primi casali e i loro abitanti cominciarono ad addomesticare l’acqua per portarla in luoghi più lontani.
Gli ortolani dei casali continuarono quella mirabile opera di ingegneria idraulica, ispirata dai romani, che ancora oggi si fa ammirare in tutta la sua bellezza. Costruirono un reticolo di fossati maggiori e minori lungo centinaia di chilometri per distribuire per scorrimento l’acqua su un territorio ortivo di un migliaio di ettari.
L’acqua in tutti i canali scorre sempre con la stessa velocità perché l’inclinazione dei canali è stata calcolata con incredibile abilità e destrezza. La tecnica di controllo, gestione e distribuzione dell’acqua nei canali è perfetta, non scorre veloce per evitare danni di dilavamento, né scorre lenta per evitare ristagni che impaludano i terreni.
I tracciati ancora oggi incantano non solo per il sapiente calcolo dei livelli sulle lunghe distanze ma anche per quella quantità di accordi tra gli ortolani scritti e non scritti che regolano le mandate e i tempi d’uso dell’acqua presa dai fossi portanti. Gli accordi, che una rigida tradizione ha tramandato, furono l’opera di una sapienza collettiva, in quanto tutti gli ortolani ricevevano una quantità d’acqua sufficiente al fabbisogno irriguo per la quantità di terra che lavoravano. I tracciati dei fossi non attraversano gli appezzamenti, ma si snodano ai margini e segnano anche i confini delle proprietà.
Gli ortolani superarono se stessi nell’addomesticare l’acqua del Fruscio, sorgente di montagna che serviva i terreni di alta collina, segnando tracciati su un territorio caratterizzato da importanti dislivelli. Un tracciato portò l’acqua della sorgente del Fruscio lontana ben otto chilometri. Nei luoghi irrigati con l’acqua della sorgente del fruscio, si possono natare ancora oggi pozzi e cisterne che immagazzinavano il prezioso liquido non solo per uso irriguo ma anche per uso alimentare.
Nelle feste religiose importanti per la città, il popolo adorante, ogni anno, vestito di simboli, rinnova con il trascendente l’antico patto tutelare che preservava i giardini da carestie, tempeste e da ogni altra calamità. Al Santo Patrono, ancora, imbandisce con le produzioni dei giardini, i portoni sulle strade del Santo Corteo e l’angelo in volo si parte dai suoi tre viaggi, da un portone infiorato di verdure e frutta. I l Santo Patrono per il patto antico stretto con gli ortolani, si lascia interrogare nel rito pagano del vecchio e la vecchia che danzano spinti dai fuochi.
Gli adoranti a questi chiedono se i lavoratori negli orti hanno rispettato, nell’anno passato, la terra, l’acqua e l’aria e li interrogano su come sarà l’annata agraria che verrà. A Maria del castello, due volte all’anno, in occasione della salita al monte e quanto dal monte discende, chiedono le stesse cose e Maria si lascia interrogare facendo vivere o morire il gallo di Demetra che vola lungo il filo. In primavera nel rito della Croce portata in processione sul monte di Michele, i simboli si condensano in immagini e significazioni che rinvigoriscono il patto stipulato.
A Michele che dimora sulla montagna, lontano dalle terre degli orti, lassù gli viene preparato un orto per ricordargli le antiche promesse e a pochi giorni dall’arrivo del Santo sul monte, un predestinato, ogni anno, imbriglia l’abside del tempio col cerino per incatenare le tempeste, salvo a scioglierlo per invocare la pioggia salvifica se necessaria. A maggio delle rose si onora il patto con Maria del latte con offerte e festeggiamenti adornando il suo tempio nella periferia della città, e offrendo nel suo giorno alla città, tutto il latte munto nelle stalle sulle vie dei giardini.
E il patto viene ricordato anche a Sant’Antonio, protettore degli animali. Al Santo ogni anno a giugno viene infiorato con gigli raccolti ai margini dei giardini, il tempio e in quella occasione ogni ortolano gli affida i nuovi nati nelle stalle.
I giardini cittadini si distinguono nel panorama rurale regionale per la loro stratificazione storica che ne fanno un giacimento culturale e antropologico, per la miriade di particelle coltivate l’una accanto all’altra, per la biodiversità delle piante alimentari che in essi si coltiva e per il cibo di qualità che la comunità ne trae.
Oltre a queste peculiarità essi hanno dei primati in ambito regionale che li rendono importanti e conosciuti.
Essi:
I Giardini degli Enotri sono un bene materiale, un patrimonio in evoluzione perché essi non presentano una realtà produttiva invariabile affidata ad un conservatorismo antistorico, essi, invece, pur conservando tratti storici millenari che gli sono propri, soddisfano ancora oggi le esigenze moderne di una comunità che dal loro esistere trae il fabbisogno orticolo per le proprie necessità alimentari.
Sono un bene immateriale in quanto presidio culturale che narra di una comunità degli orti che si nutre ancora oggi di saperi millenari per praticare il mestiere più antico del mondo che è la produzione del cibo. I giardini custodiscono storie e memorie che hanno attraversato le generazioni, che hanno favorito l’apprendimento e l’evoluzione positiva attraverso il lavoro rispettoso dell’aria, dell’acqua e della terra, e il forte senso di appartenenza ad un territorio unico e mirabile. Nei giardini si coltiva la biodiversità, i colori delle verdure narrano la continuità del paesaggio e la loro fattura interpreta la comunità.
Così come sono, si configurano come un ecomuseo che è “ un museo non tradizionale che conserva, valorizza, tutela e fa conoscere il proprio patrimonio culturale, ambientale e naturalistico grazie al coinvolgimento della comunità e delle istituzioni locali”. L’ecomuseo è uno strumento formidabile di riappropriazione da parte della comunità delle arti, dei saperi, del paesaggio, dell’architettura e delle tradizioni orali e si prefigura per il visitatore come un viaggio in un luogo di interpretazione di un presente dinamico e millenario.
La fabbrica degli orti custodisce la nostra storia, ha istruito gli ortolani, ci ha governato con principi e direttive di ordine materiale e spirituale che una ricca tradizione orale ha scolpito in detti ed aforismi alcuni dei quali in uso ancora oggi. L’ecomuseo dedicato ai giardini degli Enotri ci porta in uno spazio culturale e storico di incredibile valore sul piano pratico e simbolico, dalle prospettive che al momento si lasciano appena intravedere.
La via degli orti attraversa i giardini da una parte all’altra e si caratterizza come un percorso naturalistico di mirabile bellezza che racconta la biodiversità delle piante coltivate e i saperi antichi degli ortolani salesi maestri nella produzione del cibo coltivando la terra. Essa si configura come un belvedere sulla rete ecologica della parte più importante della città nella quale cercare le tracce delle comunità ortolane che ci hanno preceduto.
Inizia a nord della città dal Santuario dell’Acqua Lavandaia e attraversando tutte le contrade storiche dei giardini per una decina e più di chilometri arriva al Santuario dell’Acqua di San Giovanni in Fonti sulle cui acque sorge il Battistero Paleocristiano. Essa è la via cittadina dei posti importanti, dei luoghi dell’anima perché ci racconta i posti in cui ci sentiamo a casa, è un balcone sui giardini il cui paesaggio si configura come un ecomuseo a cielo aperto che custodisce storie e memorie di una comunità con un forte senso di appartenenza ad un territorio unico e mirabile.
Racconta un museo non tradizionale che conserva, valorizza, tutela e fa conoscere il proprio patrimonio culturale, ambientale e naturalistico grazie al coinvolgimento di una comunità ancora attiva e intraprendente. La valorizzazione ulteriore della via degli orti consentirebbe alla Comunità di riappropriarsi con più consapevolezza dell’architettura del paesaggio e favorirebbe il cammino dei visitatori in un luogo antico di incredibile valore culturale e peculiare sul piano ambientale e naturalistico.
La via passa tutti i Santuari dell’Acqua ed essi incantano per la limpidezza delle loro acque che offrono meraviglia e soprattutto per la tanta vita che è passata e si è fermata all’ombra dei suoi alberi per un momento di ristoro e di socializzazione.
Le terre che lavoravano gli Enotri erano particolarmente adatte alle produzioni ortive, essi cominciarono a lavorarle in modo intensivo seminando fave, cavoli, lenticchie rape e più tardi piselli e ceci.
Le loro produzioni ortive ebbero uno sviluppo straordinario per quantità di specie e varietà delle stesse quando essi vennero a contatto con i coloni greci da cui acquistarono nuove sementi.
Dai greci ebbero le sementi per coltivare cavolfiore, cavolo cappuccio, finocchio e zucca.
La loro alimentazione si basava sul consumo quotidiano di questi prodotti con l’aggiunta della carne degli animali selvatici che cacciavano e dei pesci di acqua dolce che pescavano negli acquitrini più a valle.
I coloni romani perfezionarono la qualità delle produzioni dei giardini, la cucina divenne più varia e ricercata perché essi cominciarono ad usare le prime spezie, pepe e cannella, e a godere anche della cucina di altri popoli che facevano parte dell’Impero.
A partire dall’XVI secolo nei giardini fu introdotta la coltivazione della zucca, del peperone, del cavolfiore e del carciofo.
Dal XVIII al XIX secolo cominciarono ad essere coltivate altre varietà di zucche, di peperone e comparve anche il pomodoro che inizialmente venne coltivato come specie ornamentale.
In questi decenni anche la gastronomia locale conobbe un notevole sviluppo dovuto alle nuove specie di piante alimentari coltivate e all’uso di spezie che arrivavano dall’Asia e dal Medio Oriente.
Le spezie insaporivano la cucina delle classi più agiate mentre le piante aromatiche, coltivate nei giardini, insaporivano la cucina dei più poveri.
Nell’800 e negli anni che seguirono grazie alle tante varietà di specie alimentari coltivate nei giardini, anche la gastronomia locale divenne varia, moderna e più raffinata.
La gastronomia locale legata alle produzioni dei giardini, a metà del’900 raggiunse la sua massima espressione e ce lo ricorda il prof. Giuseppe Colitti col suo libro La riscoperta degli Antichi Sapori.
Dall’indice del libro si riporta il titolo delle ricette tradizionali con le verdure, i legumi, le patate e gli ortaggi coltivati nei giardini.
Anche le altre ricette che riguardano la cucina della pasta, del pane, del riso, delle carni, dei latticini, delle uova, del pesce e delle pizze ripiene, sono accompagnate dalle verdure e dalle erbe aromatiche coltivate negli orti.
Minestra spèrta
m’nèstra r’fasùl’ r’ vigna
Cembròglia
Munèstra stufàta ccu la còrja
Càvul’ cc’u faràudd’ o hammaùdd
Càvul’e fasùl’
Cicòria e fasul’ o cicoria terràna e fasul’
Scaròla e fasuli ccu la còria
Scaròla ‘mbuttita ccu lu stòccu
Frittàta r’ cicoria
Minèstra ri virza
Ministrùni ri risu, virz’e patàni
Frittu mistu
Vruòcculi ri càvuli ccu l’arracciatura
Vruòcculi agli’e uògliu o à ‘zalata
Vruòcculi sfritti
Vruòcculi ccu la saràca
Vruòcculi ccu lu sauzicchio
Vruòcculi scuppitjàti
Làane e bruòcculi
Pasta e carciòfful’
Pasta e cavulifiùri
Cavulfiuri a ‘zalata
Vruòcculi e fasùli
Vruòcculi, fasùli e sauzicchia
M’nèstra spèrta ccu i fasùli
Vruòccul’ e patàn’
La cuccija
Grandìnj jangh’e fasùl’
Fasùli assulùti
Fasùl’ cuòtt’ ‘nd’’a a pignàtà
Pane cuòttu cu fasùl
Fasùl’a ‘nzalàta
Fasùl’e patàn’
Làan’e fasùl’
Cavàtt’e fasùli
Cavatèlli e cìciri
Fasùli e piparùoli fritti
Cicèrchi
Cicir’
Ciciri fritti
Làan’e cìciri
Fave e favarèdde
Fave ccu lu vucculàru
Pane e patàn’ ‘nd’a u llatte
Patàn’ ‘ntijanu
Patàn’a a minèstra
Patàn’a bbròru
Patàni ccu l’arracciatùra
Patàni ccu ccìculi
Patàni cuu la saràca
Patàn’arrustùt
Patània ‘nzalàta
Patàni agli’ e uògliu
Frittata ri patàni ccu la vindrìsca
Patàni stùfati
Patàni ccu li cipuddì
Patàni arrahanàti
Patàn’a u furnu
Patàni fritti e piparuòli
Patànistrascinàti
Patàni sfritti ccu a pòr’ve
Patàni scauràt’e fritte
Patàni e fasùli o faggiulini
Paàn’e cicci
Làan’e patàni
Patàn’e baccalà
Frittata r’patan’
Frittata ri patàni a la campagnola.
Cirasèdd’arrustùt’
Pupòn’arrustùt’a ‘nzalàta
Piparuòliruschi
Sciuscllùni sfritti ccu la saràca
Piparuòli a l’acitu e patàni fritti
Sciuscillùni fritti ccu lòva
P’paruòl’ ‘mbruscinàti
Fiurilli ‘nduràt’ e fritti
Carciòffuli sfritti
Carciòfful’ ‘nduràt’ e fritt’
Carciòfful’a l’aròma
Carciòfful’ ‘mbuttit’
Carciòfful’ ccu la mullica
Zuppa ri carciòfful’ e fav’
Carciòfful sott’uòglio
Cav’l’fiòr’ ‘ndurati e fritti
Muluggnàmm ‘mbuttit’
Miluggàmm a fungitièdd
Milugnàn’ sott’uògliu
Milugnàn’ agrodolci
Cianbòtta
Friarièlli
Piparuòli ‘mbuttìtì
‘nzalata ri rapi russi, piparuòli a l’acitu
e pimmaròli suttu sali
Frittàta ri piparuòli
‘nzalata r’pupòzz’, pere
e pummaròl verdi
P’paruòli amàri sutt’uògliu o quagliètta
Cipuddùni fritti
Cipuddùn’ fritti ccu i ppatan’
Cipuddùn a ‘nzalàta
Pummaròle sott’uògliu
Frittàta ccu li spunzàl’
Frittata ri cipuddì
Frittata ccu li spàraci
Costantino Gatta, medico, storico ed erudito di Sala Consilina, nella sua opera La Lucania Illustrata stampata a Napoli e pubblicata nel 1721, cosi racconta i giardini.
[…] quivi più che altrove può godersi una continua fraganza d’odori, per la copia di dilettevoli e aromatiche piante, essendo tutti li monti e colline piene di salvia,thimo, e altr’erbe innumerabili di grato e soave odore.
Lli campi sono tutti ornati di fruttiferi oliveti, li giardini de’ i quali vi è gran novero per l’amenità delle piante, per la soavità della frutta e per il mormorio di limpidissimi ruscelli, possono gareggiare con gli orti favolosi dell’Esperidi.
E’ benche cadauno de fonti, e ruscelli che in gran numero innaffiano quasi che tutta quest’amena e deliziosa campagna, meritar dovrebbe maggiori encomi, […]
L’Intendente della Provincia del Principato Citeriore S. Mandarini, da Salerno il 31 gennaio del 1811 in una informativa diretta al Ministro dell’Interno, racconta l’abbondanza e l’eccellenza delle produzioni agricole del distretto di Sala Consilina esaltando le varietà dei i vitigni e delle tante specie di fruttifere.Mandrini, al pari di C. Gatta, rimane incantato dal paesaggio e nel suo rapporto al Ministro così scrive:
[…] Entrando in seguito nel Distretto di Sala, posso assicurare V.E., che ivi si fanno degli eccellenti vini, specialmente nel nominato Comune, e vi esistono delle vigne, ed arbusti sulla collina che producono un vino così squisito, che fatto con le regole dell’arte, si conserva per lungo tempo, e può paragonarsi ai buoni, che vengono introdotti nel Regno da oltremontani paesi.
Le uve che quel suolo produce sono moscatella bianca, e nera, la moscadellona, pure bianca, e nera, zibibbo, catalanesca, rosa bianca, e nera, grue, corniola, pane, mennavacca, madama giuditta, asprino bianco, e nero, aglianico, aglianicone, zuccarese, montonico, cornioaro, uva di donna, fiano, canina, verdesca, greco, paradiso, aglianica di somma, passalara, malvasia di germania, sanginella bianca e nera.
Tra i frutti vi sono pere bianche, moscadellona, moscadella, boncristiana, spine del carpio estive, del carpio d’inverno, palma, ciminello, palombiera, del duca, S. Eustachio, spadona d’inverno, e di estate, butire, paccone, angeliche, S: Giovanni, cocozzelle, caravella e ravanello.
Le specie delle melesono appie rosse, e bianche, genovesi, rosa, palma, sanguigne dentro e fuori,ghiacce, agostine, San giovanni, miele e lemoncelle.
Vi esistono grandi appie, cerrano e genovesi, vi sono percoche dure , grandi, piccole, rosse, bianche, duraci, di germania, e pomi di adamo, pesche bianche, rosse e gialle, susine rosse, bianche e gialle, zuccherine e di altra sorte.
Albicocche dolci, amare e zuccarine, e bianche; mandorle dure e di guscio morbide,; razzerole; sorbe meletto e piccole, giuggiole, fichi bianchi e neri, colombri bianche e neri, milugnane, paradiso, lammardella, lattarol, e zevolà; more bianche rosse e nere, noci grandi, mezzane e piccole, nocciole, ulive grandi, mezzane e piccole, ciliegie rafanello, nocella a renso bianco e nero,acquara, latte e raffiolo, imperiale, melillo, zuccarina, nera di più sorta, amarena rossa e nera e settembrili, poponi della regina, d’inverno, cerrani e di altra sorte.
L’Intendente racconta, nella sua missiva, tutta la grande biodiversità fruttifera che esisteva nei giardini ai primi dell’’800.
Luigi Veronelli, grande divulgatore del vino e della cultura gastronomica, il 12 aprile del 2003 scrive da Bergamo una lettera invitando il Sindaco ad istituire la De.Co. (Denominazione Comunale di Origine) per i broccoli di rapa allegando alla missiva l’elenco della documentazione da predisporre per l’iter burocratico.
Così scrive:
Oggetto: Corrispondenza Pubblica e Violata
Stimatissimo signor Sindaco,
il Suo Comune ha diritto di ottenere La Denominazione Comunale (De.Co.) per i broccoli di rapa.
Le allego copia di quanto scrivo nel mio editoriale.
Spero che Lei voglia operare a favore dei Suoi Cittadini.
Le sarei molto grato di una risposta.
Con viva cordialità