Il paesaggio degli ulivi

Gli uliveti, i giardini, la città, la collina e la montagna

Gli storici sostengono che i primi ulivi vennero coltivati nell’Italia meridionale sin dall’età del bronzo, a diffonderne, poi, la coltivazione furono coloni ellenici in tutta l’area della Magna Grecia. Successivamente i romani aumentarono la superficie dei terreni coltivati ad ulivi e ne commerciarono l’olio nel resto dell’Italia.

I greci, quando si partirono dalla zona costiera del Tirreno, dove si erano insediati, per raggiugere le colline dell’entroterra dove vivevano gli Enotri, e quando vi arrivarono, riconobbero subito l’importanza naturalistica del luogo e in breve tempo si sostituirono agli stessi Enotri nella coltivazione dei giardini e cominciarono a piantare ulivi sulle colline a ridosso degli orti.

Sulle stesse colline continuano a vegetare, ancora oggi, gli ulivi in modo diffuso e importante e la città, che sorse circa duemila anni dopo, è ancora adesso incorniciata per tre parti dagli uliveti e per una parte, a mezzogiorno, dai giardini. Come lo erano in età antica, i campi di ulivi sono di piccole dimensioni ad uso famigliare e come i giardini sono tantissimi. L’interazione tra giardini, città e uliveti, caratterizza il paesaggio che una rete ecologica in buona salute, rende vivo e vitale.

Il sentiero del beato Frassati che collega i Santuari di montagna, il sentiero dei marsicani che percorrevano gli ortolani per andare a vendere verdure e olio in Basilicata passando per il valico della croce di Marsico e il sentiero del sale che portava i venditori di sale in Basilicata, completa il paesaggio e lo rende assolutamente unitario. In molti campi vegetano ulivi ultracentenari e a vederli incantano per la loro bellezza e magnificenza.

La piazza antica dalla città prima che venisse nel ‘900 intitolata a Umberto I si chiamava Piazza Monteu Uliveto a significare tutta l’importanza e il rispetto che i nostri padri riservavano agli uliveti.

La via dell’olio

(Dal libro “I giardini degli Enotri” di M. Calicchio Edizione Di Buono)

La via dell’olio attraversa la città da una parte all’altra, essa cammina piú in alto della via degli orti e si allunga tra piante di olivi ultracentenari, che appartengono ad una famiglia varietale di assoluta eccellenza. I nostri padri ortolani con la coltivazione dell’olivo completarono la filiera delle produzioni alimentari, dando cosí vita a una comunità produttrice di cibo.

La terra riarsa dei campi che gli ortolani coltivavano era il luogo della vita che passa e di quella che dura nel tempo; qui gli olivi coi loro corpi contorti dalla furia del vento hanno resistito ai secoli e superato la vita dei padri e dei figli, e, dall’alto della collina, da sempre hanno benedetto la comunità e a questa hanno insegnato l’armonia del Creato e gli hanno fatto immaginare il tempo e lo spazio oltre la vita.

Il paesaggio degli olivi è il luogo dei «monumenti viventi», che disegnano nei luoghi antichi un’area museale a cielo aperto; e i monumenti parlano a quelli che li visitano, se questi san no ascoltare. A noi raccontano la città, gli uomini e le donne che li coltivavano sulla collina, la comunità che riceveva i frutti nei frantoi all’interno delle mura e gli artigiani che forgiavano i ferri per gli scalpellini che modellavano le vasche di pietra, li  ‘ppìli,  in cui si raccoglieva e conservava l’olio, e che modellavano le pietre delle macine.

La comunità non separava mai la propria vita da quella de gli olivi; i nostri padri erano i custodi della sacralità dei campi, li coltivavano e lavoravano le olive secondo disciplinari rigidi che la tradizione stabiliva. I campi di olivi e il loro paesaggio sono la nostra biblioteca vivente, nella quale andare a cercare i codici genetici di produttori d’olio pregiato. I campi di olivi, infine, ci insegnano la filosofia generazionale del dono; i nostri padri ce li hanno lasciati ed è nostro cómpito conservarli e ridonarli ai figli e ai figli dei figli.

I mesi dell’olio

(Dal libro “I giardini degli Enotri” di M. Calicchio Edizione Di Buono)

I «mesi dell’olio» erano quelli dell’aiuto solidale e d’un rafforzamento delle relazioni sociali. I frantoi erano luoghi d’incontro, e di lí passava tutta la comunità; coloro che non avevano olive da frangere, vi si fermavano per comprare, avendone la possibilità, una bottiglia di olio fresco per condire le insalate, ma soprattutto per partecipare del brioso intrattenimento offerto dai lazzi, fin troppo spesso salaci, dei lavoranti, li trappitàri, rivolti a qualche mal capitato. Al tepore dell’opificio i presenti assaggiavano l’olio di ogni partita d’olive sul pane abbrustolito, li rruscèddi, e a lungo discutevano sulle fragranze, sul colore e la dolcezza dell’olio e sulla resa per quintale, o per tomolo, delle olive ottenuta nelle varie zone di produzione.

La campagna dell’olio occupava persone, mobilitava gli artigiani, favoriva il commercio e premiava gli agricoltori.

Nei «mesi dell’olio» la città dormiva poco, il lavoro nei frantoi procedeva anche di notte; i contadini si avviavano di buon mattino verso i campi per la raccolta, ancóra col buio, e col buio si partivano dagli oliveti per far ritorno a casa. L’aratura di novembre preparava all’uopo i campi; a dicembre poi si cominciava arracinà, a raccogliere qualche marinella (o rumanèdda, tra le varietà di olivo piú antiche e peculiari del  territorio), per avere il primo olio in cui friggere le zeppole, li scibbi vuddúti, a Natale.

La raccolta impegnava tutta la famiglia: la sera prima le donne preparavano il cibo da portare con sé, e nella ccanístra, non mancavano mai lippatàni strascinàti, patate mantecate nell’olio in cui erano stati fritti con grande attenzione e maestria i lunghi peperoni secchi, li šuscillúni crušchi, e gli uomini predisponevano i recipienti, li vètti, e le bestie, che a sera ripercorrevano numerose col loro carico la via dell’olio, portando a casa il raccolto della giornata.

A raccolta conclusa si lasciavano liberi gli oliveti ai raccattatori, li racinatúri, i senzaterra che ricuperavano le olive sfuggite ai proprietari. Quando alla fine della filiera l’olio, portato a casa, veniva versato nei recipienti di latta zincata, li zirri, l’aroma inebriava e si spargeva per tutta la dispensa o il magazzino delle derrate, e la sera stessa lo si provava sulle verdure o vi s’intingeva il sedano. L’olio dei nostri oliveti accompagnava l’intero ciclo della vita delle persone.

Con esso si rinfrescava la pelle ai neonati, si curava la stipsi; fuoripasto le fette di pane di grano Cappelli, lu ppani ri cappèdda, cosparse d’olio favorivano la crescita dei ragazzi, e il cibo di ognuno veniva condito con generosità durante l’intera esistenza. Con l’olio delle nostre olive erano riempiti le coppe delle lucerne e si alimentava la lampada votiva dell’Arcangelo nel Santuario montano.

Giardini degli ulivi

I trappeti del ‘900

(Dal libro “I giardini degli Enotri” di M. Calicchio Edizione Di Buono)

La via dei trappeti, partiva da Sant’Eustachio, passava lungo l’arteria urbana che attraversa tuttora l’abitato giusto a metà in orizzontale, Mmiénźu la Tèrra, si prolungava verso la Valle, la medievale Valle Oscura, e la Valle Màura, e da qui scendeva alla via Nazionale.

I trappeti avevano il nome dei proprietari.

A Sant’Eustachio – dice Antonio – erano quelli di Zappatore e di Pappafico, a Santo Stefano era quello di Santorufo, nella Valle De Petrinis,  Mmiénźu la Tèrra operava Sagharía, nella Valle Maura erano quello di SSibbafàndi e del Lauriota, sulla via Nazionale macinava le olive Cirasiéddu e Cimminiéddu, e Fanciullo in contrada Crocicchia–.

I trappeti erano frequentati soprattutto di sera dai contadini per conoscere quali rese il massaro, lu trappitàru, avesse fissato per le varie zone del comprensorio comunale.

L’olio si misurava con lu quartarúlu, e con esso veniva riempita la stara e, prima che fossero introdotti nei frantoi i separatori meccanici, l’olio era raccolto col piattello di latta, la tassa, sulla superficie delle vasche di pietra in cui confluivano i liquidi della spremitura delle olive e dove per separazione naturale avveniva il galleggiamento dell’olio, piú leggero dell’acqua di vegetazione–. 1 – La resa su cui tanto si discuteva – dice Gennaro – variava da zona a zona, e si stabiliva all’inizio della campagna olearia.

I possidenti che avevano centinaia di tomoli di olive da macinare, consegnavano la quantità necessaria per una macinatura, na màcina, a piú trappeti e stabilivano accordi col massaro che offriva una resa maggiore.

Gli accordi valevano per tutti i coltivatori che portavano il proprio raccolto a macinare.

Se il massaro, lu trappitàru, fosse riuscito a ottenere una maggiore resa, l’olio prodotto in piú sarebbe rimasto a lui; d’altra parte doveva sempre corrispondere la resa pattuita. In genere la Filicedda era data a dodici quartaruli per tomolo, Cappuccini e Tempe a dieci, Pietra Chiatta e Sant’Antonio ad otto, Sant’Angelo a sei.

Antonio Paladino, mastro muratore e contadino

I trappeti cittadini del ‘700 e dell’’800

(Dal libro “I giardini degli Enotri” di M. Calicchio Edizione Di Buono)

Il 15 gennaio del 1853, il decurione Pietro De Vita così relaziona sullo “Stato dei trappeti esistenti nel detto Comune.

 […. Tutti i trappeti di Sala possono dirsi situati ad estremi dell’abitato, poichè occupando questo orizzontalmente una ristretta zona alla falda dei monti che gli sovrastano, le pochissime acque lorde, che giusta il sistema di questo Comune si verificano, con la massima faciltà vengono incanalate e dirette nella sottoposta campagna in letti de’ torrenti senza che si avverta il benché minimo miasma capace di danneggiare la pubblica salute….]1.

Lo scritto da’ assicurazioni sul buon funzionamento dei trappeti, e sulla salute del suolo e dell’aria per l’accurato smaltimento delle acque di lavorazione e di quelle rilasciate dalle olive macinate. Il documento mostra grande attenzione per la salute dei cittadini e rassicura sullo stato ottimale in cui si trovano i locali che ospitano le macine e i torchi. Da indicazioni sui tempi della raccolta delle olive, sul conferimento al trappeto e sulla macinatura e spremitura delle drupe che doveva avvenire rigorosamente a freddo.

Il De Vita, nella sua relazione, certifica la varietà antica e rara già a quel tempo dei nostri olivi, ed esalta l’assoluta eccellenza dell’olio che l’olivo corniolo produceva. Il documento, inoltre, nomina tutti i trappeti cittadini, che erano dodici e dice a chi appartenevano.

Il trappeto di Pappafico e quello di Del Vecchio – Santarsiere erano stati costruiti nella prima metà dell’1800 ed erano con il torchio alla genovese, invece di antica costruzione e con il torchio alla livornese, erano quelli di Bove, Romano – Cucolo, Boezio, De Petrinis, Oliva, Provenzale, De Optatis, Giuliano – De Vito e quelli della Parrocchia di S. Pietro e S. Stefano

Archivio Storico di Sala Consilina, Serie Opere Pubbliche – Varie, fasc. 9, Trappeti (1853)

Una varietà di olivo antico: il corniolo

(Dal libro “I giardini degli Enotri” di M. Calicchio Edizione Di Buono)

I nostri padri, quando scelsero i luoghi per piantare gli olivi, sapevano bene quello che facevano. L’olivo dà il meglio di sé, quando vegeta a cinque, seicento metri di altitudine, in climi in cui il freddo non eccessivo non duri a lungo, in terreni argillosi o sassosi, in assenza di ristagno idrico e con una buona esposizione al sole.

I nostri olivi – continua Gennaro – godono di tali condizioni, che assicurano loro un ciclo vegetativo che consente alle drupe ovoidali di colore verde scuro a riflessi violacei di dare un olio giallo di grande qualità, sapido, fruttato con sentore di carciofo e di malva, pianta che cresce abbondante sui pendii a ridosso degli oliveti.

Ai requisiti ottimali del terreno e dell’aria si aggiungevano il cuore e i saperi tradizionali di chi li coltivava –.

Ho visto in questi ultimi anni cambiare – gli dico – il paesaggio antico nella terra degli olivi: come ciò è potuto accadere?

I nostri padri potavano gli olivi ognuno a suo modo, rispettando però una regola generale, ch’era quella di «ferire» le piante il meno possibile, di spuntare appena le sommità risalenti, sia perché erano quelli i rami che si caricavano di frutti, sia perché avrebbero resistito meglio alla neve, in quanto penetrandola avrebbero evitato gli accumuli nevosi, i quali col peso avrebbero appesantito l’albero spezzandolo.

Avevano codificato in un proverbio il lavoro da fare col potatoio: pòcu lignàmu e assài fraschi.

Ora potatori improvvisati armati di motosega sfigurano le piante, mozzano loro le chiome e le sfrondano in modo improprio e inappropriato.

Tale modalità di potatura crea un danno enorme alla produzione, e ha modificato nel profondo il paesaggio rurale.

Si vedono ormai pochi campi soltanto in cui gli olivi abbiano conservato le antiche forme, e qui il portamento delle piante è un incanto –.

Quanti quintali di olive si producono in media all’anno, nonostante tutto ciò?

– Quarantamila quintali.

Nella stagione di carica si sfiorano i cinquantamila.

Ma, quando in passato i nostri padri curtigliàvanu i campi d’olivi, ne producevano maggiori quantità, con una qualità d’olio migliore, che poi portavano ad assoluta eccellenza aggiungendo alle colture anche alcuni olivi all’acqua, perché l’olio che se ne ricavava, sebbene in quantità limitata, sei o sette litri per quintale d’olive, migliorava con la sua dolcezza ulteriormente il resto della produzione.

Adesso la condizione dei campi non è delle migliori, gli alberi sono svigoriti, la bacchiatura viene condotta da persone inesperte, che non hanno la pazienza di «mungere» i rami carichi, ma li percuotono con violenza, e ciò provoca piccole e grandi ferite che diventano facile breccia per un batterio patogeno che provoca la rogna.

A diffondere la malattia contribuiscono in maniera determinante i potatori, che la trasmettono da un campo all’altro, dato che non disinfettano i loro ferri da lavoro.

La rogna ha cominciato ad attaccare anche alcuni alberi ultra centenari.

Da una trentina di anni gli olivi non sono piú nel cuore e nell’animo della nostra comunità: è incomprensibile come si sia potuto rinunciare ad un bene tanto importante! –.

Un sentimento di sconforto e di indignazione prende i pensieri miei e di Gennaro, e il ricordo della fatica dei nostri genitori, che allo schiarire del mattino nei freddi mesi invernali si avviavano versi i campi per compiere il rito della raccolta, nel rispetto assoluto delle piante e con l’animo pieno di gratitudine per chi quegli alberi aveva piantato, ci lasciava avviliti e incapaci di pensare a un futuro piú consapevole e responsabile da parte della comunità.

– Tra raccolta, molitura e potatura – conclude Gennaro – la nostra comunità dedicava agli olivi cinque mesi all’anno, senza poi mai dimenticarli nel resto del suo corso

Gennaro Rosciano mastro muratore e contadino

Nei giardini cittadini, invece, una molteplicità di condizioni per lo più legate alla estrema parcellizzazione delle proprietà, alla naturale buona resa agricola dei fondi e all’attaccamento degli ortolani alla cultura agricola della tradizione, hanno fatto si che le pratiche agricole millenarie non venissero fagocitate dal nuovo che sconvolse il comparto agricolo a metà del secolo passato. Queste condizioni hanno determinato il presidio di un’area rurale di civiltà agricola legata al paesaggio della biodiversità e ad un insieme di saperi e identità.

Nei giardini coltivati è tutt’oggi visibile l’antica maestria nel consociare le verdure, e ciò consente:

I giardini, per loro natura, si configurano come un luogo del passato dalla storia millenaria, e come uno spazio del presente sul quale l’ortolano moderno, coltiva con le pratiche agrotecniche di sempre, che sono le uniche adeguate a coltivare terreni particolari e con caratteristiche non riscontrabili nei panorama regionale e nazionale.

Ulivi patriarchi